Le Stanze del Museo

Sono un anello in una catena.

Keith Haring

Tutti gli artisti, anche gli innovatori più radicali, sono sempre consapevoli del legame con il passato. In quanto profondo conoisseur Dady Orsi ama rimettere in scena immagini tratte dalla storia dell’arte.

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Il suo ultimo ciclo è una riflessione definitiva sul tema della continuità nella storia dell’arte. Il ciclo è costituito da 12 tele di grandi dimensioni. Muovendosi nelle stanze di un museo immaginario, l’artista disvela quei rapporti, quelle somiglianze e parentele che stimolano la sua immaginazione. I singoli dipinti sono dei dialoghi dove un personaggio da un’opera del passato viene raffigurato come se fosse tridimensionale e si potesse muovere tra le stanze del museo immaginario, potendo così osservare altre opere a sé affini. L’opera osservata rimane invece bidimensionale e chiusa nello spazio della propria cornice. Scegliendo le opere cui affidare le parti in questi “dialoghi”, Orsi crea una sua personale antologia di pittura popolata di immagini le cui provenienze storiche spaziano dalla profonda preistoria di Lascaux fino a Picasso. Il padre nobile di questa operazione è André Malraux. Nel libro Le Musée imaginaire Malraux rileva le potenzialità di un dialogo visivo tra opere d’arte provenienti da differenti epoche e paesi d’origine. In tempi più vicini a noi, il critico Philippe Daverio ha sviluppato quest’approccio comparativo in tutta la sua opera di divulgazione nonché nel volume intitolato Il Museo immaginato. L’importanza della mise en scène riconnette Orsi al mondo del teatro, che lo vede giovane scenografo negli anni Quaranta e che tanta parte ha nella sua formazione culturale. Dipinto all’inizio degli anni Novanta, questo ciclo risente del clima postmoderno, in cui il Citazionismo gode di una legittimazione che prima non aveva.