Gallina (1936) cm 27×21 – Inchiostro su carta Coppia di periferia (1942) cm 32 x 23,5 – china su carta Padre e figlio (1942) cm 23×22 – Inchiostro e acquarello su carta Fucilazione (1945) cm 20×14 – Disegno a penna su carta Nel vuoto (1945) cm 12×15 – Disegno a penna su carta Pesce (1955) cm 22,5×33 – Disegno a cera incolore e tempera Toro (1953) cm 21×15 – Pastello su carta Figura maschile (1953) cm 66×48 – Cera incolore e tempera Ragazza pensosa (1955) cm 35×50 – Inchiostro su carta (Coll. Rabolini) La danza (1955) cm 32×23 – Inchiostro su carta Donna con cappello (1956) cm 47×34 – Inchiostro e tempera su carta Menina (1963) cm 47×35 – Inchiostro e collage su carta Menina e mostro (1963) cm 47×35 – Pastelli a cera su carta Europa (1967) cm 28×38 – Inchiostro e tempera su carta Sotto l’albero (1967) cm 28×38 – Inchiostro su carta Nudo femminile (1978) cm 70×50 – Pastello su carta Scogli (1978) cm 48×36 – Pastello su carta Natura morta (1981) cm 53×40 – Inchiostro su carta Figura femminile (1985) cm 49×67 – Pastello su carta
Autoritratto (1936) cm 54×45 – Olio su tela Gabriella Masino Bessi (1941) cm 33,5×25 – Tempera su cartoncino Donna in rosso (1942) cm 52×38 – Tempera su cartoncino Figura femminile (1947) cm 39×28,7 – Tempera su cartoncino Modelletto per I Saltimbanchi (1950) cm 60×60 – Tempera su cartone Figura femminile (1955) cm 70×34 – Tempera su masonite Donna metafisica (1955) cm 60×45 – Tempera su tela Titta Orsi (1957) cm 80×45 – tempera su carta intelata Ragazzo (1957) cm 67×55 – Tempera su tela Andrea Orsi (1957) cm 83×39 – Tempera su carta intelata Menina dal cappello rosso (1963) cm 120×80 – Tempera su tela Menine che salutano (1964) cm 80×70 – Tempera su tela Colazione sull’erba (1964) cm 63×100 – Tempera su tela Cosma (1968) cm 80×70 – Tempera su tela Figura femminile (1973) cm 80×70 – Tempera e olio su tela Nuotatore (1979) cm 95×95 – Tempera su tela Megy Bassi (1989) cm 85×85 – Tempera su tela Donna dal cappello rosa (1990) cm 85×85 – Tempera su tavola
Seminudo seduto (1942) cm 30×22 – Tempera su cartone Nudo a braccia aperte (1965) cm 38×46 – Tempera su cartone La collana blu (1967) cm 38×29 – Tempera su cartone Impudica Venus (1972) cm 52×39 – Tempera su cartone Nudo di schiena (1975) cm 76×68 – Tempera su tela Danae (1975) cm 52×66,5 – Tempera su tavola Sogni (1975) cm 86×138 – Tempera su tavola Nudo addormentato (1975) cm 65×101,5 – Tempera su tavola Nudo di schiena (1985) cm 37,5×83 – Pastello e acquerello su carta Nudo (1991) cm 52×93 – Tempera su tela
Natura morta (1940 circa) cm 21×32 – Tempera su cartone Natura morta con lanterna (1943) cm 35×49 – Tempera su cartone Portacenere (1945) cm 17×28 – Acquarello su carta Mobile (1957) cm 64×75 – Gouache su carta Vaso (1958) cm 57×42 – Tempera su carta Vaso (1958) cm 0x43 – Tempera su carta Vaso (1958) cm 40×30 – Tempera su carta Natura morta (1967) cm 38×65 – Tempera su cartone Appendiabiti (1982) cm 83,5×161,5 – Tempera su tavola Natura morta con uova (1993) cm 19×53 – Tempera su tela Conchiglie e mappamondo (1993) cm 19×53 – Tempera su tela Vita sospesa (1994) cm 32,5×72 – Tempera su tela Ortaggi (1994) cm 30×55 – Tempera su cartoncino Vassoio (1995) cm 43×37 – Tempera su cartoncino Mela e giornali (1996) cm 44×37 – Tempera su cartoncino
Tetti (1941) cm 32×46 – Tempera su cartoncino Paesaggio (1944) cm 33×46 – Tempera su cartoncino Marina gialla (1960) cm 60×80 – Tempera su tela Lago di Varese (1960) cm 60×80 – Tempera su cartoncino Lago di Varese (1960) cm 60×80 – Tempera su cartoncino Marina (1976) cm 60×60 – Tempera su tela Marina (1978) cm 94×94 – Tempera su tela Paesaggio (1980) cm 40×30 – Tempera su tela Spazio Naturale (1984) cm 73×77 – Pastello su carta Spazio Naturale (1984) cm 94×94 – Tempera su tela Cielo di Bonassola (1989) cm 25×20 – Acquarello su carta
Nudo (1967) cm 36×31,5 – Acrilico sottovetro Natura morta con uova (1968) cm 21×31 – Acrilico sottovetro Stanza (1970) cm 31×44 – Acrilico sottovetro Mantide (1971) cm 50×50 – Acrilico sottovetro Pesce (1975) cm 12×18 – Acrilico sottovetro Stanza (1977) cm 50×50 – Acrilico sottovetro Ciottoli (1982) cm 35,5×52 – Acrilico sottovetro Natura morta (1987) cm 33x 22,5 – Acrilico sottovetro Strumenti musicali (1987) cm 42,6×53 – Acrilico sottovetro – ellittico Strumenti musicali (1987) cm 42,6×53 – Acrilico sottovetro – ellittico Centauri e corallo (1988) cm 22,5×16,4 – Acrilico sotto vetro Nudo femminile (1989) cm 21×17 – Acrilico sottovetro Testa anamorfica (1992) cm 15×19 – Acrilico sottovetro Testa anamorfica (1992) cm 15×19 – Acrilico sottovetro












Noialtri dipintori habbiamo a parlar con le mani
Annibale Carracci
Dady Orsi è un artista riservato che non ama parlare della propria opera. Nell’esprimere l’arte con l’arte, il suo sguardo rivela lo stupore nascosto fra le pieghe del consueto. In un tempo in cui astrattismo e figurazione sembrano ostaggio di mode e fazioni egli si muove tra queste due polarità, quasi elidendone le contraddizioni. Orsi opera nel solco di quello che Raffaele DeGrada definisce realismo selettivo. Nella sua opera, il grafismo prevale sulla pittoricità: rapidità di tratto, sensibilità cromatica e gusto della misura donano alla sua pittura freschezza ed equilibrio. Il colore si diffonde fra le linee di tensione che animano e strutturano la tela. Il gesto di Orsi non è affermazione eclatante di novità che spezza i codici del passato. Piuttosto, è intimo dialogo con la realtà e con il proprio tempo. La sua ispirazione emerge nuova dal lungo fiume dell’arte. Il flusso creativo della storia è evocato attraverso i rimandi a Picasso e Velazquez, a Manet e Klimt, all’antica pittura romana e a quella, visionaria, di Bosch e dei fiamminghi. Alla cultura figurativa antica si collega anche la modalità in cui simboli e allegorie vengono utilizzati. Il suo far incontrare diverse culture visive preannuncia il Postmoderno. Nondimeno, rifiutando di vincolarsi a un solo stile, movimento o corrente Orsi dirige il suo sguardo curioso dove il desiderio lo conduce. Uomo dalla versatilità rinascimentale, umanista e collezionista Orsi fonda la sua arte sulla ricerca della conoscenza e del bello. Essenziale a tale scopo è la disciplina nell’esercizio del mestiere. La sua pittura magra fatta di pigmenti mischiati a tempere da lui stesso composte si evolve nell’arco di sette decenni in maniere multiformi. Principio di ogni opera è l’esplorazione paziente e personale dei materiali e dei colori nelle loro possibilità espressive. Realismo e concretezza iniziano dal contatto con la materialità del lavoro.
Più le linee e le forme sono semplici, più hanno bellezza e forza.
J.A.D. Ingres
Per Dady Orsi il disegno è il mezzo per formulare il pensiero figurativo e tradurre in segni le sue emozioni. Per esprimere l’ampio spettro delle sue sensazioni utilizza una varietà sconfinata di stili e tecniche. In questo esercizio quotidiano Orsi trova la libertà dell’improvvisazione mai però disgiunta dal rigore. Il primato del disegno si riscontra anche nella sua pittura, dove la linea gioca un ruolo fondamentale. Ancora giovanissimo, utilizza modi non accademici di disegnare. In alcuni schizzi raffiguranti animali eseguiti negli anni Trenta utilizza una tecnica a pennello ispirata alla pittura cinese. Qui l’eleganza e la naturalezza vengono perseguite attraverso una rapidità del segno solo apparentemente spontanea. Orsi usa il disegno anche per prendere appunti dalla vita reale. Se nei piccoli gruppi di famiglia dei primi anni Quaranta disegna a puro contorno e raffigura con ironica sottigliezza irregolarità e disparità sociali, da artista soldato disegna le fucilazioni con la secchezza ferma di chi ha vissuto in prima persona gli orrori della guerra: queste opere sono tra i rarissimi casi in cui l’artista raffigura il “legno storto dell’umanità”. Matita e inchiostro dato a penna e pennello sono le tecniche più utilizzate. Gli anni Cinquanta vedono un artista che tratteggia con linea aperta, aerea e mobile la grazia delle figure femminili e della danza. Nei disegni a cera il segno astratto dà alle creature raffigurate un carattere arcaico e primordiale. Questa singolare tecnica è analoga a quella del batik, dove il disegno viene tracciato con cera trasparente sulla quale poi si stende un colore che ne rivela le linee. Negli anni Sessanta è in bilico tra l’energia drammatica di Picasso e un desiderio di distaccata leggerezza. Tra le tecniche fanno la loro comparsa il collage e i pastelli colorati. A partire dagli anni Settanta esegue una grande serie di figure femminili disegnate a pastello. Il lavoro degli ultimi decenni privilegia la trasparenza dell’acquarello o della gouache liquida su pochi segni. In alcune nature morte degli anni Ottanta il lavoro sul disegno minimo congiunge la vaghezza della trasparenza con la precisione.
Quando conoscerò la tua anima dipingerò i tuoi occhi.
Amedeo Modigliani
La figura umana è predominante nella produzione di Dady Orsi. I soggetti che ritrae sono principalmente i membri della famiglia e gli amici più intimi raffigurati nel decoro della loro quotidiana umanità. La ricerca di una dimensione scevra da qualsiasi eroismo e monumentalità si rispecchia nella scelta del piccolo formato. In consonanza con il periodo storico, negli anni Quaranta utilizza una tavolozza dai toni spesso aspri e amari, che lo apparenta agli artisti non solo di Corrente, ma anche a Picasso, la cui influenza emerge prepotente. Man mano che lo sguardo sull’essere umano si fa più sottile, la tavolozza vira verso una gamma cromatica più fredda: la dolcezza rimane, ma le figure risultano più algide, quasi ad evocare la sobria eleganza in cui si atteggia la borghesia colta del tempo. L’espressione dei soggetti rappresentati è sempre improntata a un equilibrio che richiama alla mente la frase di Modigliani: «la felicità è un angelo dal volto serio». Gli anni Sessanta vedono un avvicinamento agli esiti più sintetici dell’arte novecentesca. Sempre più spesso i soggetti assumono sembianze simboliche o mitiche, la cui forma si allontana dall’anatomia umana. Anche la materia della pittura si fa più rarefatta. Nell’imponente serie ispirata al quadro Las Meninas di Velazquez, sul prototipo si innestano i riferimenti a Picasso e Giacometti. A partire dagli anni Settanta si assiste a una sorta di ritorno all’ordine, all’anatomia e al realismo, espresso per esempio nella copiosa produzione di pitture erotiche, amatissime dai galleristi Beppe Mainieri, Piero Fornasetti e Jean Blanchaert e dal poeta Raffaele Carrieri. Tra le molte figure femminili dipinte negli anni Ottanta spicca il ritratto della moglie Megy Bassi (1989) dove una luce particolare, resa attraverso le accensioni del giallo, e il ricorso ai modi decorativi di Klimt celebra con sguardo amoroso la propria donna.
L’arte non è mai casta.
Pablo Picasso
Il tema dell’Eros pervade l’opera di Dady Orsi. Nella sua vasta produzione di nudi femminili l’artista svela l’altra faccia della donna borghese che, come la Maja desnuda, viene raffigurata in tutta la sua potenza seduttiva. Anche quando è più spinto, l’erotismo di Orsi non è mai prosaico: il tipo prediletto è quello della donna sofisticata, dai lineamenti nobili, che esercita la seduzione con pose naturali. Tecniche e materiali sono varie: le opere su tela e su tavola, sempre a tempera, tendono ad essere dipinte in modo definito e con una pittura più grassa, quelle su carta vedono l’impiego di una tecnica fatta di segni discontinui, in cui il pastello e la gouache creano trame di segni leggere e trasparenti. Per quanto riguarda l’elaborazione dell’immagine Orsi utilizza molteplici approcci: disegna a memoria, si avvale di modelle ma non disdegna l’utilizzo di immagini fotografiche. Il nudo fa le prime, sporadiche, apparizioni in alcuni disegni e dipinti degli anni Quaranta. Ancora restio a esporre queste opere, nondimeno negli anni Sessanta si dedica sempre più spesso al nudo femminile. È solo a partire dagli anni Settanta che si assiste a un’esplosione di pitture erotiche. Il momento è propizio: il tema smette di essere tabù nella cultura di massa. La prima mostra di nudi si tiene nel 1975 presso la Galleria Mainieri. Le opere esposte rivelano un erotismo squisitamente realistico che stride con le tendenze allora predominanti della rappresentazione del corpo femminile, più critiche e intellettuali. Sono quelli gli anni in cui nel dibattito artistico internazionale ci si interroga se l’erotismo abbia diritto di cittadinanza o debba restare relegato alla sfera della pornografia. Orsi mostra quello che il pubblico desidera vedere, ma che la cultura non considera portatore di innovazione. Alla fine degli anni Settanta, quando l’arte erotica di Lautrec, Klimt e Schiele non suscita ancora l’interesse del mainstream Orsi esegue monumentali serie di disegni (e incisioni) raffiguranti donne in pose esplicite. Nel descrivere il lato conturbante della donna del suo tempo, l’artista rivisita i modi e lo stile dei suoi illustri modelli.
Dipingere la natura non significa dipingere il soggetto, bensì concretizzarne le sensazioni.
Paul Cezanne
Quando Dady Orsi dipinge i luoghi che più ama (Venezia, il Lago Maggiore, il Lago di Varese, Bonassola) emerge una marcata semplificazione formale in senso geometrico (evidente qui la lezione di Cézanne). Gli elementi del paesaggio sono ridotti a forme, mentre gli spazi sono disabitati. La pittura si concentra sulle sensazioni che il paesaggio evoca piuttosto che sulla sua descrizione. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta spicca una serie di paesaggi costruiti ognuno sulla base di un pattern diverso: ad esempio, il ripetersi di piccoli cerchi restituisce il brillio diffuso dell’atmosfera marina e lacustre; le placche rettangolari di colore richiamano la placida uggiosità del lago. Nelle marine dipinte tra gli anni Settanta e Ottanta, le onde angolose e i duri scogli sono allegoria della crudeltà di certe circostanze della vita. I cieli sopra l’amata Bonassola, eseguiti all’acquerello, sono invece immagine libera e fluida del continuo rimescolarsi degli elementi. Attorno alla metà degli anni Ottanta nasce l’idea degli Spazi naturali, opere di grande dimensione dove l’artista «trasforma la realtà in composizioni di masse e segni né geometrico-astratte né apertamente esplicative» (Meneghetti 1984). Questa serie di dipinti e disegni a pastello sono caratterizzati dall’uso di un colore forte e antinaturalistico. Il metodo seguito nella realizzazione di queste opere è selezionare un frammento di un dipinto di Matisse amplificandolo su grande scala. Gli Spazi naturali sono una riflessione sugli elementi del paesaggio come origine dell’astrazione.
[…] appendibili rappresentazioni di vita sospesa […] oggetti di consolazione per il nostro frenetico vivere, icone da contemplare in pause di ristoro dell’occhio e dello spirito.
Miro Silvera
La natura morta è un genere che Dady Orsi conosce bene in tutta la sua evoluzione storica: da Zurbaràn a Baschenis, da Cézanne a Morandi. Orsi sa quanto necessario sia andare oltre «l’esercizio accademico della pera e della mela» (così il critico Raffaele DeGrada definisce quella pittura che riflette una pura costruzione formale). Nelle sue nature morte, silenziose e poetiche, una composizione rarefatta e rigorosa crea un senso di sospensione del tempo. Orsi si concentra su pochi oggetti dall’aria ordinaria e vissuta, resi con una pittura-segno vibrante, più sfaldata e materica negli anni Quaranta, più liquida e aerea – fino ad arrivare, nel decennio successivo, a una leggerezza quasi immateriale. I lavori degli anni Cinquanta registrano un significativo mutamento di rotta (parallelo a quello che si ravvisa nei paesaggi). L’adozione, cioè, di un linguaggio di forme geometriche e semplificate, mutuate dall’astrazione e dal cubismo. L’uso di alcune forme, come i cerchi concentrici o le spirali determinano effetti di movimento e radiazione. Gli anni Ottanta e Novanta vedono il ritorno a una figurazione più classica e a proporzioni più ampie. Frequenti sono i richiami alla natura morta seicentesca (esempio ne è la rappresentazione di liuti e strumenti musicali barocchi che rimandano alla simbologia musicale del concerto sospeso alla Baschenis). Nel rappresentare gli oggetti da lui collezionati per una vita, Orsi predilige una pittura dai toni neutri e opachi. Nella “vita sospesa” di questi oggetti, l’artista trova quel ristoro così ben descritto dal poeta Miro Silvera. A metà anni Novanta, si ispira alla pittura di Morandi, con opere che richiamano l’equilibrio e la nobile semplicità del Maestro Bolognese. Uova, frutta, giornali spiegazzati, suppellettili d’antiquariato sembrano colti appena prima o appena dopo il loro uso quotidiano, come elementi vivi nel flusso delle attività umane.
L’artista che utilizza vetri trasparenti come supporto per la sua pittura crea simultaneamente due dipinti.
Frieder Ryser
Nel ventesimo secolo la tecnica del sottovetro è stata utilizzata da maestri come Kandinsky, Klee e Duchamp. Tra gli artisti italiani del secondo Novecento, solo Dady Orsi ha prodotto dipinti sottovetro in quantità così significativa. Orsi vive la pittura sottovetro come un esercizio di meditazione (o un rituale) da svolgersi con la luce del primo mattino. Nell’ottica di questa dimensione meditativa la maggior parte di questi dipinti raffigurano soggetti simbolici e/o allegorie esoteriche come strumenti musicali (allegoria barocca della musica ridotta al silenzio), raggi di luce, chiavi e orologi. Altro soggetto rappresentato è quello del nudo accostato alla fragilità del vetro che può essere interpretato come un richiamo alla Vanitas, alla fragilità della vita umana. Tra i temi prediletti dall’artista nature morte di oggetti domestici, figure umane, volti distorti dall’anamorfosi e, soprattutto, stanze che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, l’artista raffigura come ‘spazi’ mentali gremiti di racconti affascinanti, di ricordi d’infanzia e suggestioni dei sensi. Non semplici interni domestici, quindi, ma vere e proprie Wunderkammer. Pur avendo un aspetto cristallino che riflette la lucidità che l’esecuzione richiede, i dipinti sottovetro non sono fatti per essere guardati in trasparenza come le vetrate. La funzione del vetro è piuttosto quella di dare ai colori una lucentezza smaltata e specchiante. La tecnica richiede controllo e fermezza. L’immagine da dipingere deve essere così chiara nella mente da poter essere dipinta al contrario, in un arduo tour de force tecnico. Il termine inglese reverse glass painting descrive bene la peculiarità del processo, che avviene dipingendo il lato inferiore della lastra di vetro, partendo dai dettagli e da ciò che deve apparire in superficie per poi stendere mezzi-toni e sottofondi. Orsi è così esperto da saper riprodurre anche la tecnica tardoantica dell’oro graffito sottovetro. Finito il dipinto, il fondo steso a spray (quasi sempre nero) conferisce un’intonazione scura, creando così un contrasto concettuale tra la lucentezza del vetro e l’oscuro esoterismo dei simboli.